mercoledì 30 novembre 2016

Dai Balkani agli Appennini, 5: Vatohori

Vatohori, Domenica 29 maggio, sera
95 km

 
Adesso l'Albanistan è davvero vicino.
Vatahori è la mia città ideale: sei abitanti, di cui solo quattro permanenti.
Le stradine di pavé sconquassato non portano da nessuna parte, qui; i
vecchi muri di fango deformati dal peso dei tetti, le finestre e le porte
sprangate dietro i cespi di erbacce. L'erbaccia mi accompagna ovunque,
qui in Grecia: ce n'erano già all'uscita dall'aeroporto di Salonicco e non
mi hanno mai abbandonato: potrebbero disegnarla sulla bandiera,
l’erbaccia, in questo paese...
Ieri, altro soggiorno mancato: quello a Kastoria. La piccola città prende
nome dal castoro, che una volta abbondava nelle acque del lago... oggi
ne restano la miriade di fabbriche di pellicce, principale industria del
posto. La parte vecchia è sulla stretta lingua di terra che conduce alla
penisola boscosa, proprio in mezzo al lago, che ha una forma quasi circolare.


Ci sono arrivato stanco, e la pausa pranzo su una panchina del lungo
lago è durata ore. Un certo via-vai nel sole del sabato pomeriggio c'era.
L'idea era di percorrere la stradina che fa il giro della penisola e
sbattermi da qualche parte per la notte, ma temevo di essere disturbato
e alla fine me ne sono andato... Avevo visto le indicazioni per l'Albania
all'entrata a Kastoria, ma uscendone non le ho più trovate.

Mi sono perso nella zona delle odiate fabbriche di pelliccia, deserta, e
ho fatto un giro della madonna sull'ultimo scampolo della disertata
autostrada del nord, prima di uscirne e ritrovarmi solo tre o quattro
kilometri a Nord si Kastoria, che avevo lasciato quasi due ore prima!
Chiedo in una stazione di servizio, innervosito, dove sono, ma nessuno
sa dirmelo... poi un giovane mi spiega da che parte si va in Albania. Si è
fatto tardi ed è l'ora della cena e della tenda: per fortuna c'è la solita
chiesetta di campagna con annesso cimitero, poco lontano dalla strada,
e ci vado senza indugio. Perfetto... ma sento una musica da discoteca,
di provenienza ignota e non mi fido, potrebbe andare avanti fino a tarda
notte e non la sopporterei, mi tocca tornare in sella e continuare, al buio,
alla ricerca di un posto più silenzioso, dio li maledica.
Poi, appare una grande chiesa, o forse un santuario, poco sopra la
strada: Koromilia è una piccola frazione, poche case attorno all’enorme
chiesa. Mi sistemo in un cortiletto lastricato, dietro la scuola.
Ogni tanto sento delle voci da qualche casa, ma niente musica techno o
similari.
Sul muretto spargo pentolame e cibarie: dopo anni, è l'ora di una grande
insalata di barbabietole rosse, molto condite, con quell'olio d'oliva greco
al cui sapore penso per tutta la giornata.
Forse ne ho mangiate troppe, però: verso mezzanotte, i brontolii della
pancia diventano spasimi, e nel dolore esco dalla tenda e corro al
cesso, poco distante... e scopro che è chiuso a chiave. Mi piglia il
panico, cerco due sacchetti e li metto uno dentro l'altro prima di
scaricarci una quantità di merda impressionante. Poi vado a gettare il
malloppo in un cassonetto, nel buio della via a lato della scuola.
La notte si fa lunga: non riesco a prendere sonno, la pancia è in
subbuglio e poco prima dell'alba devo ripetere l'operazione e tornare al
cassonetto.



Mi alzo stravolto e col mal di testa... La gente va a messa, ma nessuno
mi vede. Pulisco il pavimento dagli schizzi, usando dei vecchi pantaloni.
Poi devo correre di nuovo: faccio appena in tempo a raggiungere un
prato, dall'altra parte del santuario, e il colore è lo stesso delle
barbabietole: indovinate cosa ho fatto con le due barbabietole
rimanenti?



Stanco, ma leggero, rifaccio i bagagli e parto. Purtroppo si mette male:
le gambe sono vuote, e la strada si impenna. Arrivo al culmine con molta
fatica e scendo in una bellissima valle boscosa. Cartelloni gialli
avvertono della presenza di orsi e lupi... magnifico!

Nel magnifico paesaggio, giungo al bivio: dritto si va a Florina, a sinistra,
l'Albania. È molto presto, ma la stanchezza e insopportabile. Quando
vedo l'abitato di Vatohori, non ho dubbi: qui voglio vivere, anche se solo
per un giorno. Attraverso il ponticello e mi metto nel solito rondavel, ho
solo la forza di stravaccarmi sulla panchina. Qualche visitatore
domenicale mi passa accanto.



Non ho appetito, ma decido di mangiare qualcosa (non barbabietole,
chiaro). Nella notte però qualche animale mi ha portato via il pane dalla
borsa e vado a chiederne in una casa, dove una famiglia si è radunata
per il pranzo domenicale... Aspetto un bel po’, poi mi regalano pane,
fetà, prosciutto e pomidori.
Passo il pomeriggio a mangiare, lavare panni nella fontana, cercare
inutilmente di riposarmi.
Tre giovini giocano a basket lì vicino, parlo con Nestores, che vive a
Kastoria ma possiede l'unica casa restaurata del villaggio. Quando gli
dico che penso di recarmi in Albanistan e poi in Macedonia, scuote il
capo con disappunto:
-In Macedonia ci sei già, quella è Skopie...
Questo della Macedonia è un tema scottante per i Greci, negli anni '90
ci fu una grave crisi diplomatica in proposito: la regione storica della
Macedonia è per due terzi in Grecia e per il resto nell’ex repubblica
iugoslava, che, oltre a tutti i problemi che già deve affrontare (economia
molto zoppicante, problemi etnico-religiosi con kosovari ed albanesi...)
ha anche quello di non sapere come chiamarsi! Vorrebbero chiamarsi
“Repubblica di Macedonia”, ma per i Greci non va bene, hanno
addirittura chiesto alla loro matrigna, l’UE, di “non parlare” col governo di
Skopje se questo non smette di chiamarsi Repubblica di Macedonia...
Inoltre, per i Greci gli abitanti della Repubblica di Macedonia non
possono chiamarsi Macedoni... L’UE ha deciso di chiamare la
Repubblica di Macedonia “FYROM” (Former Yugoslavian Republic of
Makedonia), un appellativo assai indigesto, mentre i Greci hanno
inizialmente proposto “Macedonia del Nord”, ma poi hanno ritirato anche
questa concessione! Per ripicca, il governo di Skopje ha iniziato a
riempire le sue piazze di statue dei due grandi eroi macedoni,
Alessandro il Grande e Filippo di Macedonia...
Se dire “Macedonia” mette i Greci sul piede di guerra, non va molto
meglio con l’Albanistan, che non suscita rabbia, ma neanche
entusiasmo:
-Ci sono stato solo una volta e non ci tornerò. È orribile, pieno di
gentaglia che vuole derubarti, faresti meglio a non andarci.
-Devo andarci, ormai sono qui... poi prenderò un ferry da Durrës.
-Fai come vuoi, ma stai molto attento. Guidano malissimo.
Verso sera, ho di nuovo fame: vado a bussare alla porta di Nestores e
chiedo del pane, ma non ne hanno. Strano. Allora chiedo a dei vicini,
una giovane famiglia albanese, e mi danno pane in quantità.


Ringrazio la giovane donna e torno al rondavel. I pochi avventori della
domenica se ne sono andati e Vatohori è pura pace. Poi la famigliola
albanese esce per una passeggiata: il padre viene verso di me con una
gran borsa piena di pane, affettati, formaggi, verdure...forse gli albanesi
non sono tutti cattivi, penso.

Dai Balkani agli Appennini 4: Kivotos

Kivotos, Sabato 28 maggio, mattina
53 km

 
Solo il canto degli uccelli, qui nel cimitero di Kivotos. Sempre quest'aria
di abbandono, nella campagna greca: come un calendario fermo
vent'anni prima, che nessuno si preoccupa di aggiornare. Come se
correre dietro alla modernità avesse stufato tutti, qui.
Li capisco e condivido.
Una tomba del 2004 coperta di erbacce: ho letto che in Grecia i funerali
sono molto costosi e molti non possono permetterseli... del resto i morti
non hanno bisogno dei vivi. Se l'impoverimento permette di semplificare
l'esistenza e la fine dell'esistenza, che esso sia il benvenuto; se
l'impoverimento scaccia il business da ciò che business non dev'essere,
allora avanti con l'austerità. Non tutta l'austerità viene per nuocere: il
business è spesso un'erbaccia che soffoca la bellezza e il senso delle
cose.

Ieri la voglia di pedalare scarseggiava: a fatica giungo a Gravena,
ridente cittadina tra le colline. È il primo giorno caldo, nel meriggio il sole
è insostenibile. La bici emette rumorii preoccupanti e decido di visitare
un ciclista, che poi mi rimanda a un negozio più grande. Lì il ragazzo è
molto gentile, gli faccio provare la bici per capire il problema: il
movimento centrale è moribondo, bisogna cambiarlo, brutta storia.
Prova a smontarlo, ma non ci riesce, allora telefona a suo fratello, altro
ciclista, che arriva poco dopo: non è altri che quello del negozio in cui
ero passato in precedenza. Con molta energia smonta il pezzo e ne
monta un altro... ma non va. Lo riapre e ne riprova un altro ancora... io
lascio fare, ma inizio a preoccuparmi per il possibile costo di tutto ciò,
del resto quella è una delle poche riparazioni che da solo non potrei
assolutamente compiere. Provo la bici e i cigolii sono spariti, perfetto...
ancora più perfetto che non vogliano assolutamente soldi: eleftheri!
Nel rinnovato silenzio della pedalata, mi lascio alle spalle Gravena che
sprofonda nel caldo del pomeriggio: per la prima volta in Grecia, ho dei
dubbi sulla direzione. Kastoria è chiaramente indicata, ma solo via la
nuova autostrada, mentre del vecchio percorso non si sa niente. Diventa
un faticoso saliscendi collinare tra un lato della valle e l'altro, passando
varie volte sotto il cemento dell'autostrada.
Così arrivo a Kivotos che è già tardi: la campagna è fertile qui, molte
fattorie, fatico a trovare un posto per la notte...
Poi vedo l'entrata arrugginita a un parco, che è il parco dei morti, e mi
metto sotto il rondavel, presso la chiesetta in rovina. Persino le
fontanelle d'acqua potabile... allestisco un vero banchetto sul piccolo
tavolo in dotazione. Non passa nessuno, ma all'imbrunire arriva un tizio
in motorino, accende due ceri su una tomba e se ne va: non mi vede
perché mi nascondo dietro un muretto, più per scherzo che per timore di
essere mandato via.
Oggi vorrei giungere a Kastoria: su questa parte del percorso ho poche
informazioni, non so cosa mi attenda. Vorrei anche concedermi un vero
piatto greco in qualche ristorante: ma avrò il coraggio di spendere 10
euro?

Dai Balkani agli Appennini 3: Anthrakia

Anthrakia, Venerdì 27 maggio, mattino
100 km

Notte un po’ fredda, il sole ancora non scalda: devo chiudere per bene
le "finestre" della tendina e cucire la vecchia polar verde. La mancanza
di una sedia, questo è un problema ricorrente: mi siedo sullo zaino, ma
è davvero troppo basso e le ginocchia non apprezzano.
Sono già nel quarto foglio della mappa greca che avevo scaricato dal
net, in India: ne resta uno, cioè la mia Grecia non è lontana dal termine.
Pedalo piano, ma vado comunque troppo in fretta: non mi fermo mai più
di una notte, troppo facile andarmene ogni mattina piuttosto che
"sedentarizzarmi", foss'anche per un giorno... è accaduto persino alle
Meteore, dove pensavo di rimanere un po’ di tempo...

Due giorni fa, ho lasciato la pace di Agios Anastasios in tutta calma:
forse la poca acqua presa della tanica, forse il freddo che mi ero
beccato stando poco vestito nell'aria fredda della sera, avevo un gran
mal di stomaco ed ero esausto, persino la discesa risulta faticosa.

Incrocio un altro ciclista con borse e zaini, ma appena mi saluta.
Giungo al cospetto delle magnifiche rocce che è quasi mezzogiorno:
emergono all'improvviso dalla boscaglia, dietro l'ennesima curva.
La morfologia del luogo e in particolare le torri hanno avuto origine con
l'erosione dell'arenaria. Molto probabilmente l'erosione è iniziata a opera
del delta di un fiume che 25 milioni di anni fa sfociava nel mare che
copriva l'attuale pianura della Tessaglia. Poi i rilievi sono stati modellati
dall'acqua e dal vento, giungendo alla formazione di quattro gruppi di
torri alte fino 400 metri.

Decido di entrare in un camping, ma una donna mi dice che è chiuso...
ma io lo preferisco, chiuso e vuoto! James, nel blog, scrive che ha
messo la tenda "tra una caravan olandese e un camper tedesco", cosa
che non mi attira e che non farei. Arrivo alla città, Kalambaka: una serie
infinita di hotel e negozi di souvenir nella quale mi sento subito a
disagio.
Dopo un'incursione al Lidl locale, vado verso il centro, assai animato,
ma di turisti ce ne sono pochi.
Un vecchio mi propone una stanza in un hotel: solo 15 Euro. Entro
nell'ufficio turistico, ma mi mandano via: non è l'ufficio turistico-mi
dicono-anche se fuori c'è scritto che lo è.
Dietro l'angolo, altro ufficio: questo sì, è l'ufficio turistico. Qui sono
gentili, ma solo per pochi secondi, fino a quando mi sentono dire che
non voglio fare nessuna escursione guidata... però sfrutto per un po’ il
loro Wi-Fi e aggiorno i pochi conoscenti sulla mia situazione. Tiro giù
anche un po’ di cosette sull'attualità internazionale.
Poi, quasi senza volerlo, torno sui miei passi: la mattina avevo visto dei
grandi spazi adatti al camping, lungo il fiume. Ma non li ritrovo: mi
sembra che ci siano case ovunque, adesso. Prendo una sterrata di
pietre, che poi diventano terra e poi fango: arrivo al fiume, dove un
pescatore mi dà le spalle. Torno indietro un po’ e giro a destra,
attraverso una vecchia discarica di sfasciumi dopo la quale ecco lo
spazio giusto per mettere la tenda... le Meteore sono a due passi e le
osservo in tutte le tonalità del rosso del tramonto infinito. Nessuno passa
da lì, eccetto per una magnifica tartaruga, greca ovviamente.

La parola Meteora (Μετέωρα) significa “in mezzo all’aria”, ed indica i
monasteri (all’origine ben 24, ma solo 6 attualmente abitati dai monaci)
edificati a partire dall'XI secolo, quando i primi eremiti occuparono
alcune grotte nei fianchi dei dirupi. Agli inizi del XII secolo si formò una
comunità di asceti che dette avvio ad uno stato monastico organizzato.
Nel XIV secolo, allo scopo di difendersi dalle invasioni di turchi, furono
costruiti monasteri sulle cime di rocce inespugnabili. Si narra che
Atanasio, nel fondare il monastero della Trasfigurazione (Gran Meteora)
con le severe regole monastiche del monte Athos, abbia chiamato
"Meteoro" la roccia a base dell'edificio, dando così origine al termine di
meteora ancora oggi in uso.

Dopo un periodo di proliferazione e di ampliamento dei monasteri, il
passare del tempo e le calamità, come le incursioni di vari conquistatori,
condussero al declino molti di essi, in particolare dopo il XVII secolo.
Mentre leggo tutto ciò su un opuscoletto preso all’ufficio turistico, sono
sempre dolente per il mal di stomaco, non ho neanche voglia di cenare,
aspetto solo che faccia buio per gettarmi nella tendina. I cani però
ululano fino a tardi e fatico a dormire: mi sveglio tardissimo, quando il
sole rende la tenda bollente. Il giorno prima, due simpatici turisti belgi
che mi avevano visto soffrire sulla salitaccia a Deskati, mi regalano un
biglietto per la visita ai monasteri... ma non so come organizzarmi, dove
lasciare le borse per poter affrontare le salite ripide e i sentieri sinuosi
senza stravolgermi...
Inizio a rifare i bagagli, quando sento i tintinnii di un gregge: sono le
pecore del pastore Dmitri, che le sta conducendo al torrente. Il
bellissimo vecchietto rimane un po’ con me, ad osservarmi mentre
carico la bici. Gli offro un caffè arancione, ma non lo vuole.


Torno all'asfalto e non so decidermi tra  fare qualche compra a 
Kalambaka o lasciarmi alle spalle tutto ciò: opto per la seconda, e ritrovo
 subito la pace vuota delle strade greche. Sono stanco e nel pomeriggio, dopo il villaggio di Agiofillo, m'imbatto su una salita lunga e assai ripida: si torna in
altitudine. Di colpo la strada si riempie di camion e decido di seguire la
deviazione per Anthrakia. Ci metto un bel po’ a trovare questo posto,
asciutto e spazioso, per passare la notte.
Il profilo impossibile delle Meteore è già un ricordo, ma la bellezza della
Grecia si rinnova ogni giorno: nel tramonto, osservo una distesa di
montagne verdi a perdita d'occhio e all'orizzonte le Alpi Albanesi ancora
innevate.

martedì 29 novembre 2016

DAI BALKANI AGLI APPENNINI 2, AGIOS ANASTASIOS

Agios Anastasios, Martedì 24 maggio, sera
181 km


Che pace magnifica, qui!
Tre Ciclogiornate con la "c" maiuscola, e in Grecia mi sento come a
casa: non c'è proprio nessun problema, l'India ora è davvero lontana, col
suo caos sporco... qui si è in pochi, ed in particolare io sono bello solo.
L'inglese serve poco, e il mio greco è fatto di due parole:" Yassù", ciao,
e "Mirò", acqua... sto ancora imparando a dire “grazie” !
La pianura delle risaie è finita poco dopo aver lasciato il capannone di
Vraicha: era domenica mattina, il negozio di Saikis era chiuso, e mi son
ritrovato sulla E 75 verso Atene: ancora nessun pedaggio, e le
alternative all'autostrada erano complicate, nonostante avessi cercato
molte informazioni in proposito. A un certo punto sono uscito dalla E 75,
ma ho solo perso tempo e ci sono tornato per altri 10 km, poi ho trovato
il primo pedaggio, due impiegate mi hanno detto che potevo uscire dopo
altri 6m e così ho fatto. La costa era vicina, e con una lunga discesa
arrivo a Pydna. Ho solo del pane, tocca sperare che a Katerini ci sia un
super aperto.
Invece lo trovo a Paralia, località balneare, proprio sotto l'Olimpo, che il
maltempo di questi giorni ha spruzzato di neve. Dopo la scarsità di cibo
di questi giorni, ho esagerato nelle compre al Lidl di Paralia: non sapevo
dove mettere tutto quanto, benché abbia saputo evitare la bottiglia d'olio
d'oliva che tanto desideravo... ho appeso una borsa di plastica al
manubrio con le cose più ingombranti e sono partito verso le montagne,
nell'aria fresca e limpida.


Dopo la città di Katerini, sprofondata
nell’assopimento domenicale, si sale dolcemente tra i boschi, a Nord
della montagna degli dei. Inizio a essere stanco e cerco dell'acqua e un
posto asciutto per accampare. Lungo la strada, un improbabile campo
profughi UNHCR, forse dieci tende, e donne col foulard e bambini che
passeggiano al tramonto; lì nei pressi in un bar mi riempiono le bottiglie
d'acqua olimpica, e ormai rimane "solo" da cercare il posto per
accampare. Grandi prati, verdissimi ma anche umidissimi... il traffico è
quasi inesistente, ma un grande tasso nero giace in mezzo alla strada,
le budella schizzate via... che tristezza!


Riesco a sistemarmi per la notte in un bosco di latifoglie, dopo essermi
allontanato dall'asfalto su una sterrata che porta a dei pascoli: i cani dei
pastori sono venuti a trovarmi, abbaiando furiosamente, poi la notte è
stata calma, perfetta per prepararmi alla lunga salita che restava...
Avevo letto e riletto il blog di James, altro ciclista, e la salita verso Agios
Dimitrios pareva seria... ma ieri è stata un'altra ciclogiornata ideale.
Agios Dimitrios è un piccolo villaggio, in giro non si vede nessuno, con
un vecchio albergo-ristorante come unico locale aperto, posto
bellissimo... sono entrato, ho visto i prezzi e sono subito uscito
dicendomi che “ci tornerò in una situazione più opportuna”, allora il
gerente è venuto a cercarmi sulla via mentre stavo cambiando il cavo
del cambio, per regalarmi pane e fetà, non sono riuscito a ricordarmi
come si dice “grazie” ma tanto il signore era sordomuto... in seguito un
venditore ambulante mi ha regalato qualche verdura, rifiutando di
pesare quello che avevo scelto.

Poi la strada sale più dolce fino al passo, e si scende verso Elassona.
Finisco per accampare pochi kilometri prima della cittadina, su delle
terrazze naturali di roccia con un magnifico panorama montuoso: a est
le ultime propaggini dell'Olimpo avvolto di nebbia, a ovest il tramonto
arancione, che è durato all'infinito. Altro posto tranquillissimo, benché la
strada fosse a duecento metri scarsi, dietro un dosso roccioso.

Stamani, ignoravo la fatica che mi attendeva: il blog di James mi aveva
avvisato dell'aspra salita ad Agios Dimitrios, ma non dell'agonia tra
Elassona e Deskati! Così, fiducioso, ho lasciato il super di Elassona e
ho iniziato a percorrere la strada che sale verso ovest, tra grandi prati
coltivati e zone rocciose... il vento contrario era freddo e teso ed arrivare
al passo mi ha preso tutta la mattinata. Il vento mi ha fatto soffrire fino a
Deskati, persino in discesa era necessario pedalare. Un riposino al sole,
poi abbandono la cittadina, dall'aria semideserta, e al bivio prendo verso
sud e le Meteore. La strada serpeggia tra boschi di latifoglie, mentre
risale un'altra vallata, ampia e vuota. La stanchezza si fa sentire, e
quando sto per raggiungere il passo vedo questa cappella poco
distante, Agios Anastasios, con tanto di tettoia, panche e tavoli: solo la
mancanza d'acqua resta un problema, ce n'è una tanica da 20 litri, ma
sarà potabile? La risposta arriva quando un signore mi raggiunge, in
auto: avevo già aperto la tendina e mi stavo rilassando un po' nell'aria
molto fresca: "Mirò? oxi!" mi ripete, e riesce a farmi capire che dall'altra
parte del passo, a 2 km , avrei trovato l'acqua potabile. Non capisco
però perché uno debba lasciare lì una tanica d'acqua non potabile...

Il tizio se ne va, kalispera!, e senza voglia rimonto in bici e vado a
cercare l'acqua... in effetti, poco dopo il passo, c'è un piccolissimo
centro abitato, K., con una sola casa abitata dove riempio le bottiglie... i
tre anziani lì residenti parlano solo greco, ma capiscono tutto di chi
sono, dove dormo e dove vado... kalispera2!
Trovo che la barriera linguistica dia un tocco di esotismo alla Grecia: mi
piace faticare per interpretare i cartelli e l’assai scarsa diffusione
dell’inglese nelle campagne mi aiuta a non parlare troppo... anzi, a non
parlare proprio! Credo anche che, dall’altro lato, avere una lingua così
poco parlata all’estero e col suo caro vecchio alfabeto protegga la
Grecia dagli eccessi della modernità, che è robaccia anglofona...
almeno lo spero per loro! Purtroppo la protezione è culturale, non
finanziaria, e le cifre deficitarie dell’economia greca sono comprensibile
anche da quelli della Troika, che il greco di certo non lo parlano...
Qui, posso respirare l'aria fredda in tutta tranquillità: erano mesi, dalle
montagne del sud dell'India, che non provavo questa magnifica
sensazione, l'Infelicità Perfetta, sintesi della positiva stanchezza dopo la
ciclogiornata, la calma e la bellezza del luogo, la certezza che nessuno
verrà a scocciarmi o fare casino, l'illusione che il mondo non sia ancora
del tutto fottuto dalla folle e devastante presenza umana... resta
un'infelicità, mi sento comunque disconnesso dalla natura circostante,
che pure cerco di rispettare al massimo, e sono anche disconnesso dal
consorzio umano, i cui lati deleteri mi sono sempre più presenti e
sempre più indigesti e che preferisco sfuggire per quanto posso.

lunedì 28 novembre 2016

DAI BALKANI AGLI APPENNINI 1, VRACHIA

DAI BALKANI AGLI APPENNINI

 e ritorno agli Appenini

 Maggio-Giugno 2016 

          Prima parte: Grecia, Macedonia, Albania   





  Vrachia, Sabato 21 maggio, sera
 65 km



 "Ahh la Grecia... la Grecia è case bianche nel sole accecante del meriggio, mare azzurro da morire, squisita cucina mediterranea con un tocco orientale e il vino della sua terra generosa, un asinello nelle viuzze erte cariche di storia, rovine millenarie che si stagliano imperiture contro il cielo blu..." BALLE! Per ora, la Grecia è cielo cupo, stradacce piene di pozzanghere, pioggia fredda nel vento freddo, paesaggio senza paesaggio, piatto e grigio tra le risaie, zone industriali abbandonate... e la solita ricorrente zuppetta di noodles istantanee che da un anno accompagna molte delle mie serate... eppure sono contento, qui nel capannone ai bordi della minuscola Vrachia, perché la calma è quella che da troppo tempo mi mancava e perché con questa pioggia essere sotto un buon tetto è molto gradevole e rassicurante: il bello di prendere deliberatamente dei rischi, è di riuscire poi a scamparla. La storia fa strani scherzi: era molto più facile comunicare nell'esotica India che qui, nella culla della civiltà occidentale... però Saikis, il giovine del negozietto, se la cava egregiamente con l'inglese e così posso scocciarlo con le mie modeste-ma numerose-richieste: è un buon tipo, mi sta aiutando molto...eppure ieri pomeriggio, mentre stavo infreddolito sotto la tettoia del negozio, a mangiare pane ed olive cogli albanesi delle risaie, mi facevo problemi a chiedergli se sapesse dove potrei mettere la tenda per la notte. Ero stanco e affamato, reduce dalla grossa discontinuità del doppio volo Delhi-Mosca-Salonicco: davvero l'aereo è il non-viaggio, uno si ritrova catapultato in una nuova realtà, forzatamente impreparato, stravolto per le attese insonni e il fuso orario, confuso (terrorizzato) dal cambio di moneta, col corpo che non capisce come mai prima ci fossero 45 gradi e dopo solo 15...
Pochi anni fa, la Grecia era un paese senza importanza, raramente appariva nei giornali... adesso "parlatene male ma parlatene" occupa persino la prima pagina del New York Times, era dai tempi ellenici che la Grecia non assumeva il ruolo di leader in Europa: leader nella crisi, ma pur sempre un leader... LA CRISI GRECA: mi attendevo molto, dalla crisi greca... sarà visibile? sarà soddisfacente? mi eviterà l'inevitabile noia dei paesi sviluppati? si sentirà il profumo dell'apocalisse imminente? questo mi frullava nella testa dolente per la stanchezza mentre l'altro ieri osservavo i nuvoloni scuri dall'Aeroflot che mi portava a Salonicco. L'aeroporto mi ha fatto ben sperare: piccolo, il tarmac degradato, la hall vuota di gente e di negozi, fa l'impressione di un aeroporto di provincia poco frequentato, dove non è previsto alcun diversivo. Dopo lo scintillio del nuovo aeroporto di Delhi e la serie infinita di ristoranti di quello di Mosca, un bel cambiamento. Ci ho messo due ore a rimontare la bicicletta, e sono uscito che imbruniva. Avevo passato ore a leggere blog, guardare cartine, cercare qualcuno che mi ospitasse -ciclisti e no- per prepararmi a quel momento critico: lo sbarco in Europa dopo quattro anni di assenza. Epanomi era la mia prima destinazione greca: un villaggio sul mare a 20 kilometri dall'aeroporto, con un parco dove avrei potuto piazzare la tenda per la notte... ma chi aveva voglia di fare 20 kilometri? La strada risulta subito troppo trafficata, pericolosa... capannoni dismessi, erbacce alte tre metri, nessuno cui chiedere indicazioni. Ma è andata bene: dopo soli 3 o 4 kilometri, avevo già potuto riempire le bottiglie di acqua potabile, ed avevo trovato uno spazio per accampare molto tranquillo presso un'enorme costruzione non terminata, alle 10 ero già nel sacco a pelo... ottimo, Welcome To Greece!

 Così ieri mattina sono partito assai fresco verso la città: attendevo asfalto devastato, semafori spenti, file di negozi chiusi in svendita, bar desolatamente vuoti dove non avrebbero avuto neanche lo zucchero per il caffè ("sorry, lo zucchero in Grecia non si trova più da due anni"), famiglie intere intente a frugare nei cassonetti (ma ci sarebbero stati ancora, i cassonetti?), uomini bestemmiare mentre inutilmente cercano di far partire vecchie auto coi vetri rotti, bambini scalzi che mi avrebbero rubato i raggi dalle ruote e i lacci dalle scarpe appena mi fossi fermato... NO, tutto ordinato, funzionante, bar affollati, zucchero a gogò, auto appena tagliandate sull'asfalto liscio, boutiques tirate a lucido... che storia è? che balle mi hanno raccontato? Cercando la via Aristotelous, mi ritrovo presso l’antichissima chiesa di Agia Sophia (Ἁγία Σοφία, Santa Saggezza) .

La chiesa risale addirittura al III secolo, ma la struttura attuale è dell’VIII secolo, ispirata dall’Agia Sophia più famosa, quella dell’allora Costantinopoli. Trovo che abbiano costruito edifici troppo vicino alla chiesa, soffocandola un po’. Sto cercando la posta centrale, le vie del centro sono trafficate e piene di gente che passeggia per cui la bicicletta è un impaccio. Chiedo ad un venditore di libri, Mikaelis, di dare un'occhiata alla bicicletta mentre vado all'Ufficio Postale per ritirare il pacco che l'amico Bill mi ha inviato da Oakland: ma il pacco non si trova, non è arrivato, non si sa, ho insistito che cercassero per bene, niente, ma forse è meglio, non avrei saputo dove mettere altre cose nelle borse già stracolme... Torno da Mikaelis, e inizio a lamentarmi che piove, che fa freddo, che la crisi non c'è: "La crisi c'è, ma la nascondono, molti se ne sono andati, ma io rimango... sto qui alla bancarella 12 ore al giorno tutti i giorni e tiro su 400 euro al mese...ma sono a posto così, ho una casa in campagna con l'orto e non ho figli. Il segreto è non avere figli.” Mi siedo sul gradino dei portici e penso a dove andare: inizia a piovere e di colpo le energie se ne vanno. Mikaelis mi manda a chiedere informazioni al kiosko turistico, ma non sono un turista e non so cosa chiedere. Salonicco mi piace, ma è meglio se me ne vado. Mikaelis mi piace, ma la conversazione langue: "Tsipras, Varoufakis... mi attendevo azioni importanti un anno fa" cerco di rilanciare. "Varoufakis è un grande economista, ma non per la Grecia... secondo me è amico di Soros.” "Ma bisogna fare qualcosa, la Grecia è in ginocchio….” "Ma ai Greci piace stare in ginocchio, non hai visto quante chiese ci sono? Poi se ne andranno tutti, tra venti anni ci saranno solo pakistani.” A un certo momento, nel primo semestre 2015, ho davvero creduto che la Grecia, l’ultima della classe, col suo PIL ridicolo e la sua corruzione sfrenata, potesse essere il Davide che batte il Golia, ogni giorno, per mesi, ho cercato affannosamente le informazioni fresche nella speranza esilarante di un titolo come “La Grecia esce dall’Eurozona, panico a Bruxelles e Berlino” o anche “Due milioni di greci assediano il parlamento”… Poi, quel referendum del 6 luglio, l’apice della crisi e della democrazia, l’incredibile coraggio dei greci e l’incredibile debolezza di Tsipras: in quei giorni si poteva fare la storia e non è accaduto. Gol mancato, gol subito: banche chiuse e ulteriore serrarsi della cintura… Mi guardo attorno: via-vai di gente qualunque, scene qualunque da una città qualunque, si direbbe. Forse il seme della rivolta si è seccato? “Caspita, Mikaelis, un anno fa quel referendum mi ha fatto sognare, è stato un grande momento, giorni di una drammaticità favolosa, la verità che rompe gli argini… wow! E poi? Che delusione! Che è successo?” Mikaelis si gira un’altra sigaretta: “Molta gente non si fida dei politici, ma quella volta sembrava che qualcosa stesse davvero per accadere, poi però la codardia ha prevalso… del resto, se Tsipras avesse chiesto di pronunciarsi sull’uscita dall’Euro, probabilmente la paura avrebbe fatto vincere il NO… si sono limitati a chiedere se l’accordo in discussione fosse accettabile, ha vinto OXI, ma senza la convinzione di farlo valere con la troika, così abbiamo perso tutto. Passata l’acme del luglio 2016, la rassegnazione prevale, ci possono prendere tutto ormai, abbiamo firmato la nostra condanna e siamo pronti a firmarla ancora.” Una donna tiratissima guarda i libri sulla bancarella, provo a porgergliene uno con la foto di Varoufakis sulla copertina, ma lei non fa una piega. Decido di andarmene: mi preparo per la battaglia, copro i bagagli con la plastica, faccio ancora una foto ricordo e dopo pochi minuti mi ritrovo sulla temuta E75 che corre verso sud: "Athina 500", ma non ci devo andare. Stranamente si può pedalare sull'autostrada. Dopo il ponte sul fiume Gallikos, esco a Halastra.

Strade con poco traffico, vado verso Kumina e poi, per caso, arrivo qui a Vrachia mentre la pioggia si fa battente. Vedo il negozio con la tettoia e mi ci fermo. Non so cosa fare e così non faccio niente: braccianti albanesi vengono a prendere un caffè e a chiacchierare, alcuni parlano italiano. Osservo la scuola, dall'altra parte della via, e penso di accampare lì, ma mi dicono che la notte la chiudono e non si può. Alla fine mi animo a parlare con il tizio alla cassa: gli spiego che sono italiano in bicicletta, che è il primo giorno in Grecia, che arrivo dall'India, che piove troppo e che se sa di un posto dove posso mettere la tenda... per farmelo amico compro del pane, del caffè macinato-dallo strano colore arancione- e due bottiglie d'acqua, perché l'acqua non è potabile, pare. Mi dice di aspettare, e quando chiude il negozio mi regala una pagnotta farcita di fetà e mi dice di seguire la sua auto. Poco dopo ci fermiamo davanti a questo capannone: tra le erbacce arriviamo all'enorme portone scorrevole e a fatica riesce ad aprire il lucchetto arrugginito: "Questo è l'unico posto disponibile a Vrachia, senza luce e senz'acqua" mi dice. Mi piace subito e lui mi lascia solo.
Il silenzio è rotto solo dallo sbattere della pioggia sul tetto di lamiera, molto alto. Una vecchia Jeep blu mi serve per appoggiare la roba ad asciugare; al fondo, strani macchinari in disuso su cui appoggiare altre cose, il suolo è coperto da uno spesso strato di polvere rossastra. Ci dormo da dio, dopo una cena infinita. Stamattina ho visto che sul palo della luce c'è un grande nido, abitato: la cicogna si è stirata a lungo le grandi ali...      
 Sono tornato al negozio e Saikis mi ha dato il permesso di soggiornare una seconda notte e mi ha regalato un'altra pagnotta, ripiena di olive e fetà, in effetti ieri non mi ero recato a ritirare soldi e qui di banche non ce ne sono, così avevo solo due Euro. Ci ho dovuto comprare dell'acqua in bottiglia, di nuovo: assurdo, in India cera l'acqua potabile, in Grecia, no... Saikis m’ha svelato il segreto della polvere rossa sul suolo del garage, nonché la “natura” di quegli strani macchinari: si tratta di un sistema per il lavaggio e seccaggio delle patate, e quella sul suolo è una mescola di terra e di bucce di patata… Poi, giornata di calma assoluta e sembra addirittura che il tempo stia migliorando. L'intestino reclamava attenzione, e l'ho accontentato con una gran cagata in un giornale, che ho poi gettato in mezzo ai cardi che circondano la costruzione.