Anthrakia, Venerdì 27 maggio, mattino
100 km
Notte un po’ fredda, il sole ancora non scalda: devo chiudere per bene
le "finestre" della tendina e cucire la vecchia polar verde. La mancanza
di una sedia, questo è un problema ricorrente: mi siedo sullo zaino, ma
è davvero troppo basso e le ginocchia non apprezzano.
Sono già nel quarto foglio della mappa greca che avevo scaricato dal
net, in India: ne resta uno, cioè la mia Grecia non è lontana dal termine.
Pedalo piano, ma vado comunque troppo in fretta: non mi fermo mai più
di una notte, troppo facile andarmene ogni mattina piuttosto che
"sedentarizzarmi", foss'anche per un giorno... è accaduto persino alle
Meteore, dove pensavo di rimanere un po’ di tempo...
Due giorni fa, ho lasciato la pace di Agios Anastasios in tutta calma:
forse la poca acqua presa della tanica, forse il freddo che mi ero
beccato stando poco vestito nell'aria fredda della sera, avevo un gran
mal di stomaco ed ero esausto, persino la discesa risulta faticosa.
Incrocio un altro ciclista con borse e zaini, ma appena mi saluta.
Giungo al cospetto delle magnifiche rocce che è quasi mezzogiorno:
emergono all'improvviso dalla boscaglia, dietro l'ennesima curva.
La morfologia del luogo e in particolare le torri hanno avuto origine con
l'erosione dell'arenaria. Molto probabilmente l'erosione è iniziata a opera
del delta di un fiume che 25 milioni di anni fa sfociava nel mare che
copriva l'attuale pianura della Tessaglia. Poi i rilievi sono stati modellati
dall'acqua e dal vento, giungendo alla formazione di quattro gruppi di
torri alte fino 400 metri.
Decido di entrare in un camping, ma una donna mi dice che è chiuso...
ma io lo preferisco, chiuso e vuoto! James, nel blog, scrive che ha
messo la tenda "tra una caravan olandese e un camper tedesco", cosa
che non mi attira e che non farei. Arrivo alla città, Kalambaka: una serie
infinita di hotel e negozi di souvenir nella quale mi sento subito a
disagio.
Dopo un'incursione al Lidl locale, vado verso il centro, assai animato,
ma di turisti ce ne sono pochi.
Un vecchio mi propone una stanza in un hotel: solo 15 Euro. Entro
nell'ufficio turistico, ma mi mandano via: non è l'ufficio turistico-mi
dicono-anche se fuori c'è scritto che lo è.
Dietro l'angolo, altro ufficio: questo sì, è l'ufficio turistico. Qui sono
gentili, ma solo per pochi secondi, fino a quando mi sentono dire che
non voglio fare nessuna escursione guidata... però sfrutto per un po’ il
loro Wi-Fi e aggiorno i pochi conoscenti sulla mia situazione. Tiro giù
anche un po’ di cosette sull'attualità internazionale.
Poi, quasi senza volerlo, torno sui miei passi: la mattina avevo visto dei
grandi spazi adatti al camping, lungo il fiume. Ma non li ritrovo: mi
sembra che ci siano case ovunque, adesso. Prendo una sterrata di
pietre, che poi diventano terra e poi fango: arrivo al fiume, dove un
pescatore mi dà le spalle. Torno indietro un po’ e giro a destra,
attraverso una vecchia discarica di sfasciumi dopo la quale ecco lo
spazio giusto per mettere la tenda... le Meteore sono a due passi e le
osservo in tutte le tonalità del rosso del tramonto infinito. Nessuno passa
da lì, eccetto per una magnifica tartaruga, greca ovviamente.
La parola Meteora (Μετέωρα) significa “in mezzo all’aria”, ed indica i
monasteri (all’origine ben 24, ma solo 6 attualmente abitati dai monaci)
edificati a partire dall'XI secolo, quando i primi eremiti occuparono
alcune grotte nei fianchi dei dirupi. Agli inizi del XII secolo si formò una
comunità di asceti che dette avvio ad uno stato monastico organizzato.
Nel XIV secolo, allo scopo di difendersi dalle invasioni di turchi, furono
costruiti monasteri sulle cime di rocce inespugnabili. Si narra che
Atanasio, nel fondare il monastero della Trasfigurazione (Gran Meteora)
con le severe regole monastiche del monte Athos, abbia chiamato
"Meteoro" la roccia a base dell'edificio, dando così origine al termine di
meteora ancora oggi in uso.
Dopo un periodo di proliferazione e di ampliamento dei monasteri, il
passare del tempo e le calamità, come le incursioni di vari conquistatori,
condussero al declino molti di essi, in particolare dopo il XVII secolo.
Mentre leggo tutto ciò su un opuscoletto preso all’ufficio turistico, sono
sempre dolente per il mal di stomaco, non ho neanche voglia di cenare,
aspetto solo che faccia buio per gettarmi nella tendina. I cani però
ululano fino a tardi e fatico a dormire: mi sveglio tardissimo, quando il
sole rende la tenda bollente. Il giorno prima, due simpatici turisti belgi
che mi avevano visto soffrire sulla salitaccia a Deskati, mi regalano un
biglietto per la visita ai monasteri... ma non so come organizzarmi, dove
lasciare le borse per poter affrontare le salite ripide e i sentieri sinuosi
senza stravolgermi...
Inizio a rifare i bagagli, quando sento i tintinnii di un gregge: sono le
pecore del pastore Dmitri, che le sta conducendo al torrente. Il
bellissimo vecchietto rimane un po’ con me, ad osservarmi mentre
carico la bici. Gli offro un caffè arancione, ma non lo vuole.
altitudine. Di colpo la strada si riempie di camion e decido di seguire la
deviazione per Anthrakia. Ci metto un bel po’ a trovare questo posto,
asciutto e spazioso, per passare la notte.
Il profilo impossibile delle Meteore è già un ricordo, ma la bellezza della
Grecia si rinnova ogni giorno: nel tramonto, osservo una distesa di
montagne verdi a perdita d'occhio e all'orizzonte le Alpi Albanesi ancora
innevate.
100 km
Notte un po’ fredda, il sole ancora non scalda: devo chiudere per bene
le "finestre" della tendina e cucire la vecchia polar verde. La mancanza
di una sedia, questo è un problema ricorrente: mi siedo sullo zaino, ma
è davvero troppo basso e le ginocchia non apprezzano.
Sono già nel quarto foglio della mappa greca che avevo scaricato dal
net, in India: ne resta uno, cioè la mia Grecia non è lontana dal termine.
Pedalo piano, ma vado comunque troppo in fretta: non mi fermo mai più
di una notte, troppo facile andarmene ogni mattina piuttosto che
"sedentarizzarmi", foss'anche per un giorno... è accaduto persino alle
Meteore, dove pensavo di rimanere un po’ di tempo...
Due giorni fa, ho lasciato la pace di Agios Anastasios in tutta calma:
forse la poca acqua presa della tanica, forse il freddo che mi ero
beccato stando poco vestito nell'aria fredda della sera, avevo un gran
mal di stomaco ed ero esausto, persino la discesa risulta faticosa.
Incrocio un altro ciclista con borse e zaini, ma appena mi saluta.
Giungo al cospetto delle magnifiche rocce che è quasi mezzogiorno:
emergono all'improvviso dalla boscaglia, dietro l'ennesima curva.
La morfologia del luogo e in particolare le torri hanno avuto origine con
l'erosione dell'arenaria. Molto probabilmente l'erosione è iniziata a opera
del delta di un fiume che 25 milioni di anni fa sfociava nel mare che
copriva l'attuale pianura della Tessaglia. Poi i rilievi sono stati modellati
dall'acqua e dal vento, giungendo alla formazione di quattro gruppi di
torri alte fino 400 metri.
Decido di entrare in un camping, ma una donna mi dice che è chiuso...
ma io lo preferisco, chiuso e vuoto! James, nel blog, scrive che ha
messo la tenda "tra una caravan olandese e un camper tedesco", cosa
che non mi attira e che non farei. Arrivo alla città, Kalambaka: una serie
infinita di hotel e negozi di souvenir nella quale mi sento subito a
disagio.
Dopo un'incursione al Lidl locale, vado verso il centro, assai animato,
ma di turisti ce ne sono pochi.
Un vecchio mi propone una stanza in un hotel: solo 15 Euro. Entro
nell'ufficio turistico, ma mi mandano via: non è l'ufficio turistico-mi
dicono-anche se fuori c'è scritto che lo è.
Dietro l'angolo, altro ufficio: questo sì, è l'ufficio turistico. Qui sono
gentili, ma solo per pochi secondi, fino a quando mi sentono dire che
non voglio fare nessuna escursione guidata... però sfrutto per un po’ il
loro Wi-Fi e aggiorno i pochi conoscenti sulla mia situazione. Tiro giù
anche un po’ di cosette sull'attualità internazionale.
Poi, quasi senza volerlo, torno sui miei passi: la mattina avevo visto dei
grandi spazi adatti al camping, lungo il fiume. Ma non li ritrovo: mi
sembra che ci siano case ovunque, adesso. Prendo una sterrata di
pietre, che poi diventano terra e poi fango: arrivo al fiume, dove un
pescatore mi dà le spalle. Torno indietro un po’ e giro a destra,
attraverso una vecchia discarica di sfasciumi dopo la quale ecco lo
spazio giusto per mettere la tenda... le Meteore sono a due passi e le
osservo in tutte le tonalità del rosso del tramonto infinito. Nessuno passa
da lì, eccetto per una magnifica tartaruga, greca ovviamente.
La parola Meteora (Μετέωρα) significa “in mezzo all’aria”, ed indica i
monasteri (all’origine ben 24, ma solo 6 attualmente abitati dai monaci)
edificati a partire dall'XI secolo, quando i primi eremiti occuparono
alcune grotte nei fianchi dei dirupi. Agli inizi del XII secolo si formò una
comunità di asceti che dette avvio ad uno stato monastico organizzato.
Nel XIV secolo, allo scopo di difendersi dalle invasioni di turchi, furono
costruiti monasteri sulle cime di rocce inespugnabili. Si narra che
Atanasio, nel fondare il monastero della Trasfigurazione (Gran Meteora)
con le severe regole monastiche del monte Athos, abbia chiamato
"Meteoro" la roccia a base dell'edificio, dando così origine al termine di
meteora ancora oggi in uso.
Dopo un periodo di proliferazione e di ampliamento dei monasteri, il
passare del tempo e le calamità, come le incursioni di vari conquistatori,
condussero al declino molti di essi, in particolare dopo il XVII secolo.
Mentre leggo tutto ciò su un opuscoletto preso all’ufficio turistico, sono
sempre dolente per il mal di stomaco, non ho neanche voglia di cenare,
aspetto solo che faccia buio per gettarmi nella tendina. I cani però
ululano fino a tardi e fatico a dormire: mi sveglio tardissimo, quando il
sole rende la tenda bollente. Il giorno prima, due simpatici turisti belgi
che mi avevano visto soffrire sulla salitaccia a Deskati, mi regalano un
biglietto per la visita ai monasteri... ma non so come organizzarmi, dove
lasciare le borse per poter affrontare le salite ripide e i sentieri sinuosi
senza stravolgermi...
Inizio a rifare i bagagli, quando sento i tintinnii di un gregge: sono le
pecore del pastore Dmitri, che le sta conducendo al torrente. Il
bellissimo vecchietto rimane un po’ con me, ad osservarmi mentre
carico la bici. Gli offro un caffè arancione, ma non lo vuole.
Torno all'asfalto e non so decidermi tra fare qualche compra a
Kalambaka o lasciarmi alle spalle tutto ciò: opto per la seconda, e ritrovo
subito la pace vuota delle strade greche. Sono stanco e nel pomeriggio, dopo il villaggio di Agiofillo, m'imbatto su una salita lunga e assai ripida: si torna inaltitudine. Di colpo la strada si riempie di camion e decido di seguire la
deviazione per Anthrakia. Ci metto un bel po’ a trovare questo posto,
asciutto e spazioso, per passare la notte.
Il profilo impossibile delle Meteore è già un ricordo, ma la bellezza della
Grecia si rinnova ogni giorno: nel tramonto, osservo una distesa di
montagne verdi a perdita d'occhio e all'orizzonte le Alpi Albanesi ancora
innevate.






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